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Roberto Cafarotti

Roberto Cafarotti

Artista Contemporaneo

Aprire il telegiornale dicendo che le conseguenze della guerra in Iran sono l’aumento del prezzo della benzina è stupido. 

Non si può fare un tg Italiocentrico. Fino a che livello di dettaglio scendiamo, se non ci interessa l’altro? Arriviamo a livello condominio? Vicino di pianerottolo, moglie o figlio? Oppure al livello di noi stessi? Forse non amiamo la vita abbastanza da capire che i bambini di tutto il mondo sono i nostri bambini. E quando sento giustificare l’attacco ad un regime che ha ucciso 30000 iraniani, chi ci crede che vi interessi realmente qualcosa di loro? Eravate quelli dei prezzi della benzina. E i 100.000 palestinesi giustificherebbero una azione su Israele? Assolutamente no. Qui bisogna prendere una posizione chiara che è antiguerra, a costo di mangiare cicoria per il resto della nostra vita, lunga o breve che sia. Altroché benzina.

Jago: lo scultore che fa battere il cuore del marmo (e ora anche dell’aeroporto di Fiumicino)

In un’epoca in cui l’arte contemporanea spesso si rifugia in installazioni concettuali lontane dal grande pubblico, Jago (Jacopo Cardillo) rappresenta un’anomalia felice: uno scultore che parla a tutti, che usa il marmo con la tecnica dei maestri rinascimentali ma con uno sguardo assolutamente contemporaneo, sociale, emotivo e virale.

E proprio alla fine del 2025 la sua arte ha conquistato un palcoscenico enorme e inaspettato: l’aeroporto di Roma Fiumicino, grazie a una nuova collaborazione con Aeroporti di Roma (ADR).

Chi è Jago? Dal presepe di Anagni al marmo virale

Nato a Frosinone nel 1987, Jacopo Cardillo – in arte Jago – inizia giovanissimo a lavorare la pietra. A soli 24 anni realizza il “Figlio Velato”, un bambino avvolto in un velo di marmo così sottile da sembrare tessuto. Esposto inizialmente nella Cappella dei Bianchi ad Anagni, diventa presto un’icona globale.

Quello che rende unico Jago non è solo la maestria tecnica, ma il contenuto: le sue opere parlano di fragilità, maternità, guerra, migrazioni, spiritualità e connessione umana. Molte sculture sono accompagnate da video time-lapse del processo creativo che hanno raggiunto decine di milioni di visualizzazioni online.

Opere principali:

  • Habemus Hominem – critica al potere
  • La Pietà – rilettura contemporanea di Michelangelo
  • Look Down – il bambino migrante
  • La serie dei cuori

Nel 2020 fonda il Jago Museum nella ex chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi a Napoli, un luogo che unisce atelier, esposizione e dialogo con il pubblico.

“Apparato Circolatorio”: l’opera simbolo

Nel 2017 nasce “Apparato Circolatorio”: 30 cuori in ceramica rossa disposti in cerchio, a simboleggiare un unico sistema sanguigno condiviso dall’umanità intera.

I cuori pulsano (a volte anche con luci e meccanismi) per ricordare che siamo tutti collegati da un unico battito, al di là di ogni differenza.

I sei cuori rossi di Fiumicino

A dicembre 2025 Aeroporti di Roma ha installato una versione site-specific nel Terminal 1 di Fiumicino (area transiti): “Apparato Circolatorio – Sei cuori, un solo battito”.

Sei grandi cuori rossi in ceramica che pulsano insieme, accogliendo milioni di viaggiatori ogni anno.

«Noi passiamo in aeroporto, ma siamo sempre immersi in un unico battito che ci collega al mondo. Qui transitano storie, speranze, dolori, amori. È il posto ideale per ricordare che il cuore umano batte allo stesso ritmo ovunque.»
— Jago

Per ADR l’obiettivo è chiaro: trasformare gli aeroporti in luoghi di cultura accessibile a un pubblico vastissimo e internazionale.

Perché questa installazione conta

  1. Arte per tutti – Milioni di persone incontrano Jago senza mai entrare in un museo.
  2. Visibilità globale – Uno degli scali più trafficati d’Europa diventa vetrina permanente per un artista italiano under 40.
  3. Immagine positiva – L’Italia contemporanea raccontata attraverso la creatività invece che attraverso i soliti stereotipi.

Dove trovarlo oggi

  • Fiumicino Airport – Terminal 1, area transiti (installazione permanente)
  • Jago Museum – Napoli, Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi
  • Instagram: @jago.artist per aggiornamenti su mostre e progetti

Un battito che viaggia

Jago non scolpisce solo marmo o ceramica: scolpisce emozioni condivise e legami invisibili. Quei sei cuori rossi a Fiumicino ci dicono che, anche in un luogo di transito veloce e spesso anonimo, possiamo ricordarci di essere parte dello stesso apparato circolatorio umano.

La prossima volta che passi da lì, cercali.

Potresti scoprire che battono esattamente come il tuo.

cafarotti – Arte, viaggi e storie che fanno battere il cuore

L’arte e le carte Pokémon rappresentano uno dei connubi più affascinanti tra alta cultura e pop culture degli ultimi decenni. Quello che è iniziato come un semplice gioco di carte collezionabili per bambini si è trasformato in una vera e propria piattaforma artistica, dove illustratori di talento reinterpretano stili classici e contemporanei, portando l’arte nelle mani (e nei mazzi) di milioni di persone.

 

In questo articolo esploriamo come l’arte influenzi profondamente la grafica delle carte Pokémon, con un focus particolare sull’iconica Pikachu with Grey Felt Hat (detta anche Van Gogh Pikachu) e su altre carte che omaggiano capolavori della storia dell’arte. Vedremo infine come il collezionismo “vincente” di queste carte abbia contribuito a rendere l’arte più mainstream che mai.

 

L’arte come ispirazione diretta nelle illustrazioni Pokémon

 

Gli artisti del Pokémon TCG non si limitano a disegnare Pokémon carini: spesso citano esplicitamente movimenti artistici e opere celebri, creando un ponte tra generazioni e culture.

 

Il caso più eclatante e mediaticamente esplosivo è senza dubbio la collaborazione ufficiale tra The Pokémon Company e il Van Gogh Museum di Amsterdam nel 2023, in occasione del 50° anniversario del museo e del 170° anniversario dalla nascita di Vincent van Gogh.

 

Tra le varie opere create da artisti giapponesi (Naoyo Kimura, sowsow e Tomokazu Komiya), spicca la Pikachu with Grey Felt Hat (codice promo SVP085 / SVP EN 085), illustrata da Naoyo Kimura. Questa carta promo foil riproduce fedelmente lo stile post-impressionista di Van Gogh, in particolare il suo Autoritratto con cappello di feltro grigio (Self-Portrait with Grey Felt Hat, 1887). I tratti vorticosi, i colori intensi e saturi, le pennellate evidenti e l’espressione intensa sono trasferiti su Pikachu, che indossa lo stesso cappello grigio e guarda lo spettatore con la stessa intensità malinconica del pittore olandese.

 

La carta è diventata leggendaria non solo per la bellezza artistica, ma anche per la frenesia collezionistica: code chilometriche al museo, limiti di acquisto, esaurimenti immediati online e prezzi di rivendita che hanno raggiunto (e a volte superano) migliaia di euro per copie PSA 10.

 

Altre carte Pokémon che omaggiano grandi capolavori

 

Il Van Gogh Pikachu non è un caso isolato. Ecco alcuni esempi notevoli di carte che attingono direttamente da icone dell’arte:

 

- Eevee, Pikachu, Mimikyu, Psyduck, Rowlet – ispirati a “L’urlo” di Edvard Munch  

  Una serie di promo (soprattutto giapponesi e per eventi) reimmagina il celebre urlo angosciato di Munch con espressioni esagerate e buffe dei Pokémon. Psyduck con le mani in testa è probabilmente il più iconico e azzeccato.

 

- Kingdra – ispirato a “La grande onda di Kanagawa” di Hokusai  

  La promo Kingdra EX richiama in modo evidente la celebre xilografia giapponese: l’onda minacciosa diventa sfondo drammatico, mentre il Pokémon drago-acqua sembra cavalcarla.

 

- Umbreon (Moonbreon) – richiami a “La notte stellata” di Van Gogh  

  Anche se non ufficiale come la promo del museo, molti fan e collezionisti notano forti somiglianze tra i vortici del cielo di Umbreon VMAX (Evolving Skies) e il capolavoro di Van Gogh.

 

- Palkia – ispirazioni da “Relativity” di M.C. Escher  

  Le scale impossibili e le prospettive distorte di Escher si riflettono nelle carte di Palkia, Pokémon dello spazio, con architetture surreali sullo sfondo.

 

- Sunflora, Munchlax & Snorlax – dalla collaborazione Van Gogh Museum  

  Oltre a Pikachu, la stessa partnership ha prodotto reinterpretazioni di I Girasoli (con Sunflora) e La camera da letto ad Arles (con Munchlax e Snorlax).

 

Questi omaggi non sono semplici citazioni: servono a elevare il medium della carta collezionabile a forma d’arte accessibile.

 

Come il collezionismo “vincente” ha reso l’arte mainstream

 

Il collezionismo Pokémon ha raggiunto livelli estremi negli ultimi anni: carte chase da decine di migliaia di euro, aste record, grading PSA/BGS/CGC diventati status symbol.

 

Proprio questo hype ha avuto un effetto collaterale positivo e potente: ha portato opere d’arte “serie” sotto i riflettori di un pubblico giovane e vastissimo.

 

- Milioni di persone che non avrebbero mai visitato il Van Gogh Museum hanno cercato online Self-Portrait with Grey Felt Hat dopo aver visto la carta promo.

- La frenesia per la Pikachu Van Gogh ha generato articoli su Artnet, BBC, CNN, The Guardian: testate d’arte che raramente parlano di trading card game.

- Molti adolescenti e ventenni hanno iniziato a interessarsi a Van Gogh, Munch, Hokusai, Escher proprio grazie alle carte.

- Il museo stesso ha usato Pokémon per attrarre un pubblico under 30, dimostrando che il pop può essere un veicolo potentissimo per l’educazione artistica.

 

In pratica, il collezionismo “vincente” (quello fatto di chase card rare, investimenti e hype) ha funzionato da moltiplicatore culturale: ha reso l’arte classica un argomento virale su TikTok, Instagram, Reddit e X, portandola fuori dai musei e nelle chat di gruppo tra amici.

 

Conclusioni

 

Le carte Pokémon non sono solo oggetti da gioco o da investimento: sono minuscole gallerie d’arte portatili. La Pikachu with Grey Felt Hat rappresenta il punto più alto (e più visibile) di questo incontro, ma è solo la punta di un iceberg fatto di omaggi a Munch, Hokusai, Escher, Monet e molti altri.

 

Grazie al collezionismo appassionato e a volte speculativo, l’arte non è più percepita come qualcosa di distante e polveroso: è diventata virale, collezionabile, discutibile, meme. E forse è proprio questo il più grande successo del connubio tra arte e Pokémon: aver reso Van Gogh, Munch e gli altri maestri un po’ più vicini a tutti noi.

 

Hai anche tu la Van Gogh Pikachu?

Benvenuti sul blog di Cafarotti.it, il vostro punto di riferimento per il mondo dell'arte contemporanea, della creatività e della gestione del patrimonio artistico. Oggi parliamo di un tema fondamentale per ogni artista: l'importanza di catalogare e mappare le proprie opere. In un'epoca in cui le creazioni artistiche possono viaggiare attraverso vendite, mostre e collezioni private, è facile perdere traccia di ciò che si è realizzato. Vendendole con o senza certificato di autenticità, gli anni possono offuscare persino il ricordo di un'opera. Ma non si tratta solo di un semplice catalogo: è una questione di percorso personale e professionale. Scopriamo insieme perché questa pratica è essenziale.Cos'è la Catalogazione e Mappatura delle Opere?Prima di approfondire i benefici, definiamo i termini. La catalogazione consiste nel creare un registro sistematico delle opere d'arte prodotte, includendo dettagli come titolo, data di creazione, dimensioni, materiali utilizzati, tecnica e descrizione. È come un inventario dettagliato che documenta l'esistenza e le caratteristiche di ogni pezzo.La mappatura, invece, va oltre: implica tracciare la "vita" dell'opera nel tempo. Dove è stata esposta? A chi è stata venduta? Quali modifiche ha subito? Include anche la geolocalizzazione, se rilevante, o il collegamento con serie tematiche. Insieme, questi processi formano un archivio vivente che non solo organizza, ma racconta la storia dell'artista.Strumenti moderni come software dedicati (ad esempio, app come Artwork Archive o database personalizzati) o persino fogli Excel avanzati rendono questa pratica accessibile anche per artisti indipendenti.L'Autenticità e il Valore Economico: Proteggere il Proprio PatrimonioUno dei motivi principali per catalogare le opere è garantire l'autenticità. Senza un registro ufficiale, un'opera venduta senza certificato potrebbe essere contestata in futuro, soprattutto in un mercato dell'arte pieno di falsi. Un catalogo ben tenuto funge da prova irrefutabile: include foto ad alta risoluzione, firme digitali o blockchain per tracciare la proprietà.Pensate a un artista che vende un dipinto anni fa senza documentazione adeguata. Se quell'opera riappare in una casa d'aste, come dimostrare che è autentica? La catalogazione previene dispute legali e aumenta il valore di mercato. Secondo stime del mercato artistico, opere con provenienza documentata possono valere fino al 30-50% in più. Inoltre, per gli eredi o i collezionisti, un catalogo completo è un tesoro: facilita vendite, prestiti per mostre e valutazioni assicurative.Prevenire la Perdita di Memoria: Quando il Tempo Cancella i RicordiCome menzionato, vendendo opere – con o senza certificato – è comune perdere il ricordo di averle create. Gli artisti producono centinaia di pezzi nel corso della carriera; la memoria umana è fallibile. Immaginate di ricevere una foto di un vostro vecchio lavoro da un collezionista: senza catalogo, potreste dubitare della vostra stessa paternità!La catalogazione agisce come una "memoria esterna". Registra non solo i fatti, ma anche le ispirazioni del momento: note sul processo creativo, influenze culturali o emozioni provate. Questo non solo evita la "perdita" di opere, ma aiuta a ricostruire la propria storia personale. In casi estremi, come furti o disastri naturali, un catalogo digitale salvato in cloud può essere l'unica prova dell'esistenza di un'opera.Il Percorso Artistico: Tracciare l'Evoluzione CreativaOltre al catalogo pratico, questa pratica è cruciale per il percorso artistico. Mappare le opere permette di visualizzare l'evoluzione stilistica: da un periodo astratto a uno figurativo, o dall'uso di colori vivaci a tonalità più cupe. È come un diario visivo che rivela pattern, influenze e crescita.Per un artista, rivedere il catalogo può ispirare nuove creazioni o aiutare a preparare retrospettive. Immaginate di organizzare una mostra tematica: senza mappatura, come selezionare opere coerenti? Inoltre, in un contesto professionale, un catalogo ben strutturato impressiona galleristi e curatori, dimostrando serietà e visione a lungo termine. Non è solo organizzazione: è narrazione della propria identità artistica.Benefici Pratici: Dalla Vendita alle Mostre e all'EreditàI vantaggi si estendono a molteplici aspetti pratici:
  • Vendite e Transazioni: Un catalogo aggiornato facilita la tracciabilità, riducendo rischi di frodi. Per opere vendute senza certificato iniziale, si può emetterne uno retroattivo basato sul registro.
  • Mostre e Collaborazioni: Mappare le opere aiuta a gestire prestiti e esposizioni, evitando duplicati o conflitti di disponibilità.
  • Gestione Digitale e Archiviazione: Con tool online, è possibile integrare NFT o certificati digitali, rendendo le opere "immortali" nel mondo virtuale.
  • Eredità e Successione: Per gli artisti, pensare al futuro significa lasciare un'eredità organizzata. Un catalogo completo garantisce che il percorso artistico continui a vivere attraverso familiari o istituzioni.
In sintesi, catalogare non è un onere burocratico, ma un investimento nel proprio lascito.Conclusione: Inizia Oggi il Tuo Archivio ArtisticoIn un mondo artistico dinamico, dove opere possono sparire nel tempo o nei meandri della memoria, la catalogazione e mappatura sono alleati indispensabili. Non è solo una questione di catalogo: è preservare il percorso, il valore e l'essenza della vostra creatività. Se siete artisti emergenti o consolidati, iniziate oggi: prendete un quaderno, un'app o consultate un esperto. Il vostro futuro io – e i vostri collezionisti – vi ringrazieranno.Cosa ne pensate? Avete già un sistema di catalogazione? Condividete le vostre esperienze nei commenti qui su Cafarotti.it

Renzo Eusebi è una figura di spicco nel panorama dell’arte contemporanea italiana, un artista che ha saputo coniugare ricerca formale, sperimentazione materica e una visione poetica personale, mantenendo nel tempo una coerenza stilistica riconoscibilissima.

 

Nato il 18 aprile 1946 a Montalto delle Marche (in provincia di Ascoli Piceno), precisamente nella frazione di Patrignone, Renzo Eusebi si forma artisticamente a Roma negli anni Sessanta. In quegli anni frequenta ambienti culturali vivaci, completando un percorso di studi classici che lo porta a confrontarsi sia con la grande tradizione figurativa italiana sia con le correnti più innovative del secondo Novecento.

 

Dopo una fase iniziale più legata alla pittura tradizionale, negli anni Settanta e Ottanta Eusebi sviluppa un linguaggio che lo porterà a essere riconosciuto come uno dei protagonisti del Transvisionismo, movimento di cui è socio fondatore insieme ad altri artisti under Giorgio Di Genova. Il Transvisionismo si caratterizza per una pittura che supera i confini bidimensionali della tela, integrando elementi tridimensionali, oggetti, frammenti reali, giochi di sovrapposizione e trasparenze, in una sorta di “visione oltre” la semplice rappresentazione.

 

Parallelamente, Eusebi è tra i membri fondatori del gruppo G.A.D. (Gruppo Artisti d’avanguardia), sempre sotto l’egida critica di Giorgio Di Genova, storico dell’arte che ha avuto un ruolo importante nel sostenere e teorizzare molte delle ricerche degli anni Settanta-Ottanta a Roma.

 

La sua produzione spazia tra pittura, scultura, collage, assemblaggi e opere miste. Caratteristica ricorrente è l’uso di materiali eterogenei: carte, tessuti, legni, metalli ossidati, resine, inserti fotografici, spesso combinati con una pittura gestuale ma controllata, a metà tra astrazione lirica e ricordo figurativo. Le sue opere trasmettono spesso un senso di stratificazione temporale, memoria archeologica e al tempo stesso fragilità contemporanea.

 

Negli anni ha esposto in numerose personali e collettive in Italia e all’estero. Tra le città che hanno ospitato sue mostre ricordiamo Roma (dove vive e lavora da decenni), Milano, Bologna, Ascoli Piceno, ma anche spazi internazionali (Stati Uniti, Germania, Francia). Sue opere sono presenti in collezioni pubbliche e private, e compaiono regolarmente nei cataloghi d’asta italiani e internazionali (con valori che variano da poche centinaia a diverse decine di migliaia di euro a seconda di formato, periodo e tecnica).

 

Renzo Eusebi mantiene un profilo discreto ma costante: continua a produrre, sperimentare e dialogare con il mondo dell’arte contemporanea senza inseguire mode passeggere. La sua pagina Instagram (@eusebirenzo) e la pagina Facebook ufficiale mostrano ancora oggi opere recentissime (anche del 2025-2026), litografie storiche degli anni Ottanta, collages e assemblaggi che testimoniano una vitalità creativa ininterrotta nonostante l’età.

 

Renzo ed io: un’amicizia importante

 

Ho avuto la fortuna di conoscere Renzo Eusebi, sempre generoso nel condividere tecnica, materiali, contatti.

 

Mi ha insegnato moltissimo sul valore della stratificazione, sul non buttare mai via un’idea anche se sembra fallita, sul lasciare che il tempo e l’ossidazione facciano parte dell’opera. 

Renzo è una persona di rara onestà intellettuale: non ha mai inseguito il mercato, non ha mai fatto sconti sulla qualità per compiacere qualcuno. Questa integrità, unita a una gentilezza profonda e a un umorismo marchigiano mai sguaiato, lo rende un amico prezioso.

Per me Renzo Eusebi non è solo un grande artista: è un punto di riferimento umano e professionale, una presenza costante che mi ricorda ogni giorno perché ho scelto questa strada difficile e bellissima.

 

Grazie Renzo, di cuore.

 

La collaborazione tra Catawiki e l’artista contemporaneo Roberto Cafarotti rappresenta un esempio significativo di come il mondo dell’arte contemporanea stia evolvendo verso piattaforme digitali specializzate, capaci di coniugare visibilità internazionale, professionalità e accesso diretto al collezionismo.

 

Roberto Cafarotti, pittore figurativo nato a Roma nel 1978, ha scelto Catawiki — la nota piattaforma olandese di aste online dedicate a oggetti speciali, arte, antiquariato e collezionismo — come canale esclusivo per la vendita delle sue opere su internet. Questa decisione strategica riflette una precisa visione: privilegiare un marketplace globale con un pubblico selezionato e competente, supportato da un team di esperti d’arte, piuttosto che frammentare la presenza su molteplici canali e-commerce generici.

 

Perché Catawiki?

 

Catawiki non è una semplice vetrina di vendita: è una piattaforma che combina l’emozione dell’asta con un rigoroso processo di selezione e valutazione. Ogni lotto viene esaminato da esperti indipendenti specializzati nelle diverse categorie (tra cui Arte Contemporanea), che verificano autenticità, qualità e coerenza stilistica prima che l’opera venga messa all’asta. Questo meccanismo garantisce al collezionista una maggiore sicurezza e all’artista una certificazione indiretta di valore percepito.

 

Per Roberto Cafarotti, la partnership si traduce in diversi vantaggi concreti:

 

- Visibilità internazionale mirata — Le aste raggiungono migliaia di collezionisti in Europa e oltre, molti dei quali cercano attivamente opere figurative contemporanee con una forte componente narrativa e onirica, proprio come quelle prodotte da Cafarotti.

 

- Consulenza professionale continua — Gli specialisti di Catawiki offrono indicazioni su pricing, formati, presentazione fotografica, descrizioni testuali e tempistiche di vendita, permettendo all’artista di ottimizzare l’impatto commerciale senza dover gestire in prima persona la complessa macchina del marketing online.

 

- Focus esclusivo — Decidendo di convogliare tutte le vendite online su Catawiki, Cafarotti mantiene un controllo maggiore sulla narrazione del proprio brand artistico digitale, evitando dispersione e sovrapposizione di prezzi tra canali diversi.

 

Le opere di Roberto Cafarotti su Catawiki

 

Dalle aste attive e concluse emerge chiaramente lo stile dell’artista: composizioni figurative dense di simbolismo, interni enigmatici, figure femminili intense, accostamenti surreali e un uso espressivo del colore a olio su tela. Titoli come Poison, Notte d’amore, Rendez-vous, Segreto d’amore, Carta de Babel, Human Egg, Filozof e God hand raccontano storie sospese tra intimità, mistero e riflessione esistenziale — temi che trovano un pubblico particolarmente ricettivo proprio tra i collezionisti attivi su Catawiki.

 

Molte di queste opere sono accompagnate da note che ne sottolineano la recente realizzazione (2025-2026), il formato medio-grande e la presenza di certificato di autenticità, elementi che contribuiscono a creare fiducia nell’acquirente.

 

Un passo strategico per il futuro

 

La scelta di affidarsi esclusivamente a Catawiki per il segmento online non preclude altre forme di commercializzazione (mostre fisiche, fiere, gallerie partner, progetto CAFA – Contemporary Art for All), ma rafforza la coerenza del posizionamento di Roberto Cafarotti come artista che dialoga con un collezionismo consapevole e internazionale.

 

In un’epoca in cui il mercato dell’arte contemporanea è sempre più polarizzato tra mega-gallerie e piattaforme digitali democratiche ma selettive, questa collaborazione dimostra come un artista indipendente possa sfruttare al meglio gli strumenti offerti dalla tecnologia senza perdere il controllo creativo e identitario.

 

Per scoprire le opere attualmente in asta o per conoscere meglio il percorso artistico di Roberto Cafarotti, visitate il suo sito ufficiale cafarotti.it e la sua pagina venditore su Catawiki 

 

Vendita Opere d'Arte

Partecipa alle aste online su Catawiki quando presenti

 

Un ponte tra pennello e pixel, tra studio d’artista e asta globale: questa è oggi la via scelta da Roberto Cafarotti.

Mr. Matti rappresenta una delle voci più interessanti e provocatorie della scena artistica contemporanea ticinese. Basato a Lugano, questo artista (che preferisce mantenere un alone di mistero attorno alla propria identità personale) ha saputo ritagliarsi in pochi anni uno spazio distintivo tra gallerie, collezionisti e appassionati d’arte urbana e pop-surrealista.

 

Da dove nasce Mr. Matti?

 

Le prime tracce pubbliche consistenti di Mr. Matti risalgono al 2025, quando inizia a comparire con regolarità su Instagram con profilo: @mrmatti.luma

 

La sua biografia dichiarata è volutamente scarna:  

 

Art is surgery on society’s body”  

 

Arte come bisturi sulla carne della società.

 

Questa frase-manifesto riassume perfettamente il suo approccio: opere che tagliano, aprono, mettono a nudo meccanismi sociali, ipocrisie, voyeurismo digitale, sessualità repressa, consumismo e controllo.

 

La LuMa Gallery – il cuore pulsante del progetto

 

Il vero punto di svolta avviene con l’ingresso nella LuMa Gallery di Lugano, spazio che oggi ospita una mostra permanente delle sue opere e che funge anche da “factory” / laboratorio a cielo aperto.

 

La galleria è diventata sinonimo di Mr. Matti in Ticino: qui nascono le serie più conosciute, vengono prodotte limited edition (anche in tecniche miste come laser-cut su materiali nobili) e si organizzano opening che attirano un pubblico trasversale, dai collezionisti svizzeri-tedeschi ai giovani della scena urbana italiana.

 

Tra le opere più iconiche esposte / vendute in quel contesto troviamo:

 

- **Pig series**  

- **She opens her coat – They open their phones** (una delle didascalie più virali)  

- **Back in black** (50×70 cm – corpi come prove, desideri come crimini)  

- Triptych originario con Superman (sua primissima opera simbolica, rieditata in laser-cut limited edition)

 

Lo stile di Mr. Matti in sintesi

 

Mr. Matti si muove in un territorio ibrido tra:

 

- **Pop art** (colori saturi, icone riconoscibili, ironia tagliente)  

- **Street art** contemporanea (atteggiamento punk, critica sociale diretta)  

- **Surrealismo digitale** (immagini che sembrano glitch tra realtà e feed Instagram)  

- **Lowbrow / underground illustration** (tocco fumettistico e provocatorio)

 

Le sue composizioni spesso mettono in scena figure femminili in atteggiamenti ambigui, voyeurismo tecnologico (smartphone come estensione dello sguardo), animali antropomorfizzati (i celebri maiali), e un nero profondo che inghiotte parti della scena creando contrasto drammatico.

 

Tecnicamente alterna:

 

- Acrilici e smalti su tela / tavola  

- Interventi misti con stampe, collage digitali  

- Edizioni limitate incise / tagliate al laser  

- Disegni preparatori molto dettagliati che poi diventano murales o installazioni

 

Il rapporto con Mr. Savethewall e la scena italiana

 

Un capitolo importante è il legame con Mr. Savethewall (Pierpaolo Perretta), street artist comasco di fama internazionale.

 

Mr. Matti ha dedicato a lui un’opera esplicita (“Elogio a Mr. Savethewall”) che è stata la prima a uscire dalla LuMa Gallery, consegnata direttamente nelle mani del maestro. Questo passaggio testimonia un riconoscimento di lignaggio: da una parte l’Italia underground degli anni 2000-2010, dall’altra la nuova generazione ticinese che rielabora quegli input in chiave più pop, social e mercantile.

 

Perché Mr. Matti è interessante per il Ticino oggi?

 

In un cantone che ha sempre oscillato tra il lusso discreto di Paradiso/Montagnola e la vivacità culturale di Lugano città, Mr. Matti porta un vento disturbante ma necessario:

 

- parla la lingua dei social nativi (Instagram è il suo vero atelier)  

- attrae un pubblico under 35 che altrimenti non entrerebbe in galleria  

- vende (e bene), dimostrando che l’arte contemporanea può essere redditizia anche senza passare per Zurigo o Basilea  

- mantiene un’attitudine critica feroce verso il capitalismo della sorveglianza e il narcisismo digitale

 

In conclusione

 

Mr. Matti non è solo un artista di Lugano: è uno specchio scomodo e coloratissimo che la città sta imparando a guardarsi addosso.

 

Se passate da Lugano, fate un salto alla LuMa Gallery. Potreste trovarvi davanti a un maiale in giacca e cravatta che vi fissa, una ragazza che apre il cappotto mentre tutti intorno scattano foto col telefono, o semplicemente una scritta al neon che dice:  

“Some bodies are treated as evidence. Some desires as crimes.”

 

E in quel momento capirete perché, nella sonnolenta eleganza ticinese, c’è chi ha deciso di fare arte come chirurgia sociale

 

Buona visione.  

E buon bisturi.

In un’epoca in cui l’arte contemporanea spesso si carica di concetti complessi, dichiarazioni programmatiche e ironia distaccata, incontrare il lavoro di Chiara Pradella è come aprire una finestra in una stanza piena di specchi: improvvisamente entra aria vera, luce naturale, un respiro umano.

 

Chiara, classe 1989, non è solo un’artista. È una filosofa che ha scelto di non fermarsi alle parole, ma di tradurle in colore, materia e gesto. Laureata in Scienze dell’Educazione e in Filosofia, con un Master in Consulenza Filosofica e un post-Master in Valorizzazione Digitale dei Beni Culturali, porta dentro di sé una doppia anima: quella che riflette e quella che sente. E quando dipinge, queste due anime si fondono in qualcosa di immediatamente riconoscibile: una pittura che non urla, ma sussurra con intensità.

 

Quello che colpisce di più, conoscendola, è la **spontaneità** con cui si approccia al fare artistico. Non c’è nulla di calcolato o di posticcio nel suo gesto. Il quadro nasce spesso da un impulso emotivo, da un’osservazione del mondo che le attraversa il corpo prima ancora della mente. “Non dipingo il sole che sorge, ma le emozioni che provi quando lo vedi” – questa frase che appare sul suo sito personale è forse la chiave di lettura più sincera della sua ricerca. Non rappresenta il visibile, ma l’invisibile che si muove dentro di noi quando il visibile ci tocca.

 

Le sue opere, spesso realizzate con **tecnica mista su tela**, oscillano tra astrazione e presenza di materia viva. Strati di colore che si accumulano, si graffiano, si sovrappongono come strati di ricordi o di stati d’animo. C’è una sensibilità tattile fortissima: si sente che il pennello (o la spatola, o le mani) non è solo strumento, ma prolungamento del sistema nervoso. Opere come quelle presentate nella personale **“Prima di tutto”** presso l’Archivio Galleria Lazzaro by Corsi a Milano (maggio 2023) o nel progetto “Specchialità. Fragilità e Bellezza” trasmettono proprio questa urgenza emotiva, questa incapacità di trattenere ciò che si prova.

 

Chiara non separa mai l’arte dalla vita. È una di quelle persone che, quando parla di un quadro, finisce inevitabilmente a parlare di un incontro, di una passeggiata, di una frase letta in un libro o sentita per caso. La sua formazione filosofica non è un bagaglio da esibire, ma un filtro attraverso cui guarda il mondo con maggiore profondità e, paradossalmente, con maggiore ingenuità. È come se dicesse: “Sì, ho studiato Heidegger, Levinas, il pensiero della cura… ma alla fine quello che conta è se questo colore qui mi fa tremare dentro oppure no”.

 

E proprio questa **sensibilità** la rende capace di creare ponti autentici, non solo con chi guarda le sue opere, ma anche con chi condivide il suo percorso artistico. Tra le relazioni più significative e consolidate c’è quella con **Adriano Corsi**, fondatore e anima della Galleria Lazzaro by Corsi a Milano, che da anni ospita e sostiene il suo lavoro: dalla personale “Prima di tutto” alle presentazioni di eventi recenti come “N.N. La Genesi” (dicembre 2024), dove Chiara ha curato l’esposizione e Adriano ha introdotto con la sua consueta passione da gallerista che crede nelle persone prima che nei trend. Un legame fatto di fiducia reciproca, di dialogo continuo e di spazi condivisi che permettono all’arte di respirare senza forzature.

 

Allo stesso modo, Chiara intrattiene un rapporto profondo e di stima con **Carlo Motta**, critico d’arte e figura di riferimento del Catalogo dell’Arte Moderna Cairo Mondadori (CAM), che ha scritto di lei con parole che colgono esattamente il cuore della sua ricerca: un’espressione attraverso i colori che intreccia astrazione informale e una sensibilità quasi post-impressionista, sempre ancorata alla dimensione umana e filosofica. Motta non è solo un estimatore: è diventato presenza ricorrente nei suoi eventi, come ospite d’onore o interlocutore in presentazioni, a testimonianza di un’amicizia artistica che va oltre il professionale e si nutre di confronti sinceri sul senso del fare arte oggi.

 

Questi legami – con Adriano, con Carlo e con la comunità che ruota intorno alla Galleria Lazzaro e al mondo Cairo Mondadori – non sono solo “contatti”: sono esempi concreti di come Chiara viva l’arte come relazione, come cura reciproca, come spazio in cui la spontaneità di uno trova eco nella sensibilità dell’altro.

 

I suoi lavori non sono mai autoreferenziali: invitano chi guarda a fermarsi, a riconoscersi, a lasciarsi attraversare. Non c’è giudizio, non c’è superiorità. C’è solo un invito gentile ma fermo: “Senti anche tu questa cosa? Esistimi accanto mentre la sento anch’io”.

 

C’è una coerenza profonda tra ciò che dipinge e ciò che è: una donna che ama l’arte non come carriera o come status, ma come **forma di presenza** al mondo. Quando è in studio, il tempo rallenta. Quando parla di un’opera appena finita, gli occhi le si illuminano come se stesse raccontando di un amore improvviso.

 

Chiara Pradella non è (ancora) una di quelle artiste di cui parlano tutti i grandi magazine internazionali. Ma è esattamente questo il bello: la sua ricerca è intima, ostinatamente autentica, lontana dalle logiche del rumore. E proprio per questo, credo, è destinata a lasciare un segno vero, di quelli che si sentono sulla pelle prima che nella testa.

 

Se passate dal suo sito www.chiarapradella.it o la incontrate su Instagram (@chiarapradellaarte o profili collegati), fermatevi un attimo. Guardate le sue opere senza fretta. Lasciate che vi parlino. Vi accorgerete che, dietro ogni pennellata, c’è una persona che ha deciso di non difendersi dalle emozioni, ma di accoglierle e trasformarle in bellezza condivisa – spesso insieme a chi, come Adriano Corsi e Carlo Motta, ha scelto di camminare al suo fianco in questo percorso.

 

Grazie Chiara, per ricordarci che l’arte, alla fine, è soprattutto questo: un atto d’amore verso ciò che siamo, fragili e vivi.

Il 9 febbraio 2026 il Ministero della Cultura ha annunciato l’acquisto, per 14,9 milioni di dollari, di un piccolo ma straordinario dipinto a tempera su tavola di Antonello da Messina. L’opera, ritirata all’ultimo momento dall’asta di Sotheby’s a New York, rappresenta uno dei rarissimi capolavori del maestro siciliano ancora in mani private. Ora entra a far parte del patrimonio pubblico italiano e tornerà a essere visibile a tutti, probabilmente a Capodimonte o in Sicilia.Si tratta di un pannello bifacciale di piccole dimensioni (circa 19,5 × 14,3 cm), concepito per la devozione privata: sul recto un intensissimo Ecce Homo, sul verso un San Girolamo penitente in un aspro paesaggio roccioso. Le tracce di usura sul volto del santo – quasi consumato da baci e carezze – testimoniano che per oltre cinque secoli questo oggetto è stato toccato, tenuto in mano, pregato.Antonello da Messina: il siciliano che unì Nord e SudAntonello d’Antonio, detto da Messina (Messina, tra il 1425 e il 1430 – 1479), è una delle figure più affascinanti e innovative del Quattrocento italiano. Nato in Sicilia, si formò probabilmente a Napoli nella bottega di Colantonio, in un ambiente cosmopolita dove circolavano opere fiamminghe e provenzali. Da lì assorbì la tecnica del colore a olio (o almeno la sua resa luministica) e l’attenzione minuziosa al dettaglio, che poi fuse con la monumentalità e la chiarezza spaziale della tradizione italiana.La sua carriera è breve ma folgorante: Messina, Venezia (1475-1476), forse un passaggio a Milano. Morì a soli 49 anni, lasciando circa quaranta opere certe – un corpus minuscolo rispetto a tanti contemporanei, ma di qualità altissima. I suoi ritratti sono tra i più penetranti del secolo: volti che sembrano respirare, sguardi che interrogano l’osservatore con una profondità psicologica sconosciuta all’arte italiana precedente.Antonello non è solo il “pittore che portò l’olio in Italia” (come voleva Vasari): è l’artista che dimostrò come fosse possibile conciliare il realismo nordico con la razionalità prospettica rinascimentale. La sua permanenza a Venezia influenzò profondamente Giovanni Bellini e l’intera scuola veneta. In poche parole, è uno dei primi veri “europei” della storia dell’arte.L’Ecce Homo che cambiò per sempre l’iconografiaAntonello affrontò il tema dell’Ecce Homo almeno in sei versioni conosciute, tra il 1460 e il 1475. Quella appena acquistata dallo Stato è la più antica e, secondo molti studiosi, il prototipo della serie.Qui il Cristo non è più l’icona bizantina immobile dell’“Uomo dei dolori”. È un uomo vero, sofferente, con gli occhi arrossati dal pianto, le lacrime che solcano le guance, il sangue che stilla dalla corona di spine. Emerge da uno sfondo buio, dietro un parapetto di marmo, e guarda direttamente lo spettatore. È un’immagine di una umanità sconvolgente: non più simbolo distante, ma persona che ci interpella.Sul retro, San Girolamo nel deserto – un paesaggio roccioso, quasi lunare, con un leone minuscolo e un libro rosso – crea un dialogo teologico perfetto: la penitenza del santo fa eco al sacrificio di Cristo. L’opera diventa così un piccolo “libro di meditazione” portatile, da tenere in mano o in una borsa di cuoio.Le versioni successive (Genova, Piacenza, Metropolitan) raffineranno questa formula, ma nessuna ha la freschezza e la radicalità di questa tavola giovanile. È qui che Antonello inventa un nuovo modo di guardare al dolore divino: non più ieratico, ma profondamente umano.Perché questo acquisto è importante
  • Rarità assoluta: delle poche opere di Antonello ancora in circolazione, questa era l’ultima grande tavola in mani private.
  • Ritorno a casa: l’opera, già in collezione spagnola all’inizio del Novecento, era uscita dall’Italia da decenni. Ora rientra definitivamente.
  • Strategia culturale: il Ministero, attraverso la Direzione generale Musei, ha esercitato una forma moderna di “prelazione” negoziando privatamente con Sotheby’s. Il ministro Alessandro Giuli l’ha definita «un unicum nel panorama artistico del Quattrocento italiano, punto fondamentale nella strategia di ampliamento e valorizzazione del nostro patrimonio».
Presto questo piccolo capolavoro sarà esposto in un museo pubblico. Chi scrive spera vivamente che possa trovare collocazione a Capodimonte (dove già si conserva un altro Antonello) o, ancora meglio, in Sicilia, magari a Messina o a Palermo, per restituire al Sud uno dei suoi figli più geniali.Un’opera minuscola, eppure capace di cambiare la storia dell’arte. Un Cristo che piange e che ci guarda. Un San Girolamo consumato dalla preghiera. E un artista siciliano che, cinquecento anni fa, seppe unire il rigore fiammingo alla passione mediterranea.Ben tornato a casa, maestro Antonello. (Immagine in apertura: il recto dell’Ecce Homo appena acquisito. Sul retro, il San Girolamo quasi consumato dal tempo e dalla devozione.)Cosa ne pensate? Dovrebbe essere esposto a Napoli, a Messina o altrove? Fatemelo sapere nei commenti.

Negli ultimi anni ho sentito l’esigenza di dare un nome preciso a due anime distinte ma complementari che convivono nel mio lavoro pittorico. Da una parte c’è il **Manierismo Contemporaneo** (o Neo-Manierismo, come ho iniziato a chiamarlo in alcuni scritti recenti), con le sue figure allungate e scomposte, le sproporzioni deliberate, gli elementi surreali che irrompono come presagi, le atmosfere sospese tra malinconia e ironia grottesca. È uno stile che guarda al Cinquecento di Pontormo e Parmigianino, ma lo proietta in un presente disorientato, saturo di simboli, contraddizioni e distorsioni della percezione.

 

Dall’altra parte, però, è nato e si è imposto con forza crescente un filone che sento profondamente mio, più intimo e urgente: lo chiamo **Fragilismo Contemporaneo**.

 

Non si tratta di una semplice variazione sul tema manierista. È una biforcazione tematica e sentimentale. Mentre il Manierismo Contemporaneo indaga l’adulto smarrito, l’io frammentato, il potere, il rischio, l’alienazione tecnologica e sociale, il Fragilismo Contemporaneo sceglie di posare lo sguardo altrove: sui **bambini**, sulla loro **condizione di estrema vulnerabilità** in un mondo che sembra dimenticarsi di proteggerli.

 

Nei due dipinti che accompagnano questo articolo (entrambi oli su tela recenti) vedete esattamente questa tensione.

 

Nel primo, due bambine giacciono su un tappeto di macerie e oggetti abbandonati – libri strappati, forbici, zaini, elefanti di peluche, valigie – in un paesaggio urbano desolato sotto un cielo irreale. Si abbracciano, quasi dormono, come se il sonno fosse l’ultima difesa possibile. Non c’è dramma urlato: c’è invece una quiete apparente, una fragilità che si manifesta proprio nell’assenza di movimento, nella resa al caos circostante.

 

Nel secondo, tre piccoli corpi sono riversi tra detriti, fumo, fuoco lontano, crani, giocattoli rotti, un AK-47 tenuto in mano da un bambino con gli occhi socchiusi. Un uomo adulto, lontano, osserva immobile con una sfera enorme accanto a sé – forse un mondo, forse un peso insostenibile. Anche qui non c’è azione violenta in primo piano: c’è la stanchezza infinita, lo sguardo spento, la prossimità tra l’infanzia e la morte resa tangibile da pochi, devastanti dettagli.

 

Questi quadri non sono illustrazioni di guerre specifiche o di cronache del momento. Sono icone di una condizione universale e atemporale: quella in cui l’innocenza viene schiacciata non solo dalla violenza fisica, ma dall’indifferenza, dall’abbandono, dalla perdita di futuro. Il bambino diventa metafora estrema della **fragilità umana contemporanea**.

 

Perché ho sentito il bisogno di distinguere questo approccio dal Manierismo Contemporaneo?

 

Perché il manierismo, per sua natura, tende all’artificio, alla stilizzazione, all’eleganza della distorsione. Anche quando è drammatico, mantiene una certa distanza estetica. Il Fragilismo Contemporaneo, invece, rifiuta la freddezza stilistica: cerca la **prossimità emotiva**, il **corpo a corpo con la compassione**. Le figure infantili non sono allungate per capriccio formale; sono sproporzionate solo quanto basta per trasmettere impotenza. I colori sono terrosi, polverosi, feriti dalla luce artificiale o dall’incendio lontano. Gli oggetti – libri, penne, bambole, medicine, armi – non sono meri simboli: sono reliquie di un’infanzia negata.

 

In questo senso il Fragilismo è più vicino a certi Goya (i Disastri della guerra, i Capricci), a Bacon quando ritrae il dolore nudo, o a certi passaggi di Otto Dix e George Grosz, ma filtrati attraverso una sensibilità del XXI secolo: consapevole dell’iper-immagine, della saturazione mediatica, della anestesia collettiva di fronte alla sofferenza dei più piccoli.

 

Non voglio che questi quadri vengano letti come denuncia politica contingente. Sono piuttosto **preghiere laiche**, atti di testimonianza pittorica. Dipingendoli cerco di fermare lo sguardo su ciò che la maggior parte di noi preferisce rimuovere: il fatto che la civiltà contemporanea, nonostante tutta la sua tecnologia e la sua retorica umanitaria, continua a produrre scenari in cui i bambini sono i primi a pagare il prezzo più alto.

 

Il Fragilismo Contemporaneo è quindi il mio modo di dire: guardate. Non distogliete gli occhi. Non anestetizzatevi. Questi corpi piccoli, questi volti stanchi, questi giochi spezzati accanto a crani e proiettili sono la cartina di tornasole della nostra epoca.

 

E forse, proprio perché così fragili, sono anche la sola cosa che può ancora salvarci: ricordarci cosa significhi essere umani.

 

Se volete vedere altri lavori di questa serie, li trovate nella sezione **Opere → Manierismo Contemporaneo / Fragilismo Contemporaneo** su questo sito. 

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