Aprire il telegiornale dicendo che le conseguenze della guerra in Iran sono l’aumento del prezzo della benzina è stupido.
Non si può fare un tg Italiocentrico. Fino a che livello di dettaglio scendiamo, se non ci interessa l’altro? Arriviamo a livello condominio? Vicino di pianerottolo, moglie o figlio? Oppure al livello di noi stessi? Forse non amiamo la vita abbastanza da capire che i bambini di tutto il mondo sono i nostri bambini. E quando sento giustificare l’attacco ad un regime che ha ucciso 30000 iraniani, chi ci crede che vi interessi realmente qualcosa di loro? Eravate quelli dei prezzi della benzina. E i 100.000 palestinesi giustificherebbero una azione su Israele? Assolutamente no. Qui bisogna prendere una posizione chiara che è antiguerra, a costo di mangiare cicoria per il resto della nostra vita, lunga o breve che sia. Altroché benzina.
Da anni ricevo questa domanda, in forme diverse:
«Roberto, devo per forza studiare storia dell’arte, leggere filosofia, sapere chi erano i Macchiaioli e perché Duchamp ha messo un orinatoio in un museo… o posso semplicemente dipingere quello che sento?»
La risposta sincera è: dipende da che tipo di artista vuoi essere e, soprattutto, da quanto in alto vuoi arrivare.
Due scuole di pensiero apparentemente opposte
1. «L’artista deve essere se stesso, autentico, naïf se necessario. La cultura è un orpello che rischia di soffocare la voce interiore.»
(Pensiamo a Basquiat che arriva da graffiti e subway, a Pollock che agiva d’istinto, a molti outsider come Henry Darger o Bill Traylor.)
2. «L’arte è dialogo con la tradizione. Senza cultura non sai nemmeno con chi/cosa stai dialogando, rischi di ripetere banalità pensando di essere originale.»
(Pensiamo a Picasso che copiava per anni i maestri al Prado prima di distruggerli, a Damien Hirst che sa perfettamente chi erano i ready-made, a Jeff Koons che cita apertamente l’arte classica con ironia.)
La verità, come spesso accade, non sta nel mezzo: sta in entrambi gli estremi contemporaneamente.
La cultura non è decorazione, è ossigeno
Nessuno nasce in un vuoto culturale. Anche l’artista più “istintivo” respira l’aria del suo tempo: la musica che ascolta, i film, i social, il linguaggio visivo della pubblicità. Quello è già un bagaglio culturale, spesso inconsapevole.
Il problema sorge quando questo bagaglio è povero e l’artista crede di essere “puro” solo perché non ha mai aperto un libro d’arte. In quel caso non è puro: è semplicemente ignorante del contesto in cui opera. E l’ignoranza, in arte come altrove, produce spesso cliché spacciati per originalità.
Picasso diceva: «I cattivi artisti copiano, i grandi artisti rubano».
Ma per rubare bene devi sapere dove andare a rubare.
L’autenticità non è l’assenza di influenze
Essere se stessi non significa essere vergini culturalmente. Significa digerire tutto ciò che si è visto, letto, vissuto e restituirlo in una forma che porta la tua impronta unica.
L’autenticità è il risultato di un processo di assimilazione e superamento, non di isolamento.
Damien Hirst non è diventato Damien Hirst perché ha messo una pecora sottovetro a caso. Ci è arrivato dopo aver studiato Francis Bacon, l’arte concettuale, la museologia, la storia delle wunderkammer e il mercato dell’arte londinese degli anni ’80.
Tre livelli di artista (secondo me)
1. L’artista locale / decorativo / istintivo
Può vivere felicemente senza particolare cultura. Dipinge bei tramonti, vende nei mercatini, è contento così. Nessun problema. Il mondo ha bisogno anche di questo.
2. L’artista professionista contemporaneo che vuole entrare nel circuito medio-alto
Qui la cultura diventa imprescindibile. Galleristi, curatori, collezionisti e critici parlano un linguaggio preciso. Se non conosci i riferimenti, sei fuori dal gioco prima ancora di iniziare.
3. L’artista che vuole cambiare la storia dell’arte (i vari Picasso, Warhol, Beuys, Abramović…)
Qui non si tratta più di “essere acculturato”. Si tratta di essere un intellettuale visivo a tutto tondo. Questi artisti leggono filosofia, scienza, antropologia, politica. Trasformano la cultura in materia prima per le loro opere.
La mia posizione personale (e pratica)
Io dipingo da trent’anni. Ho iniziato da autodidatta, istintivo, “anarchico”.
Poi, a un certo punto, ho sentito che stavo girando in tondo. Ho iniziato a studiare come un matto: storia dell’arte, semiotica, filosofia dell’immagine, chimica dei materiali, marketing, psicologia della percezione.
Risultato? Non ho perso la mia voce, l’ho amplificata. Oggi, quando creo un’opera, dentro ci sono io, ma anche secoli di pittura che ho fatto miei.
Essere se stessi non è un punto di partenza: è un punto di arrivo.
Conclusione pratica per chi legge
- Se dipingi per piacere tuo e dei tuoi amici → fai quello che ti pare, sei già nel giusto.
- Se vuoi vivere d’arte o lasciare un segno → studia. Non per fare il bravo scolaro, ma per avere più frecce al tuo arco.
- Leggi, guarda, viaggia, ascolta musica che non conosci, vai ai musei anche se all’inizio ti annoiano.
- Trasforma la cultura in combustibile, non in zavorra.
L’artista davvero libero è quello che conosce le regole così bene da poterle infrangere con cognizione di causa.
E tu, che tipo di artista vuoi essere?
(Commenta pure qui sotto, sono curioso di sapere la tua esperienza)
Chiedere ad un'artista cosa significhi Arte è una domanda interessante, le cui risposte molteplici aprono a diversi scenari di pensiero.
Da collezionista ho imparato ad apprezzare l'arte altrui, in qualsiasi forma. Il classico "segno" per il solo fatto di essere stato lasciato da un artista, è una prova tangibile della sua esistenza. Entrare nel personaggio, conoscerlo e creare un feeling ci porta a valutare ogni sua opera. Di una persona cara cosa ci resta? I ricordi, gli oggetti, gli insegnamenti. I ricordi li sviluppiamo intimamente dentro noi, ma cosa ci manca effettivamente? La presenza. La carezza. La voce. Il segno. Ecco che in questa ottica quando ci avviciniamo ad un'opera, ci avviciniamo all'artista, sia esso in vita o a maggior ragione non più presente. Dall'altro lato chi crea arte, insegue più o meno inconsapevolmente l'elisir di lunga vita o di lunga morte. Questa panoramica ci fa comprendere meglio l'arte contemporanea. Quando un neofita si avvicina ai primi autori del secolo scorso e si imbatte in Mario Schifano o Antonio Ligabue, non ne percepisce subito la potenza. Questa esce fuori quando si entra nel personaggio. Cosa daremmo per avere un segno in più. Il segno che oggi da artista io lascio, per tutti e per nessuno, per la mortalità e l'immortalità.
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Website: www.cafarotti.it
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