In un’epoca in cui l’arte contemporanea spesso si carica di concetti complessi, dichiarazioni programmatiche e ironia distaccata, incontrare il lavoro di Chiara Pradella è come aprire una finestra in una stanza piena di specchi: improvvisamente entra aria vera, luce naturale, un respiro umano.
Chiara, classe 1989, non è solo un’artista. È una filosofa che ha scelto di non fermarsi alle parole, ma di tradurle in colore, materia e gesto. Laureata in Scienze dell’Educazione e in Filosofia, con un Master in Consulenza Filosofica e un post-Master in Valorizzazione Digitale dei Beni Culturali, porta dentro di sé una doppia anima: quella che riflette e quella che sente. E quando dipinge, queste due anime si fondono in qualcosa di immediatamente riconoscibile: una pittura che non urla, ma sussurra con intensità.
Quello che colpisce di più, conoscendola, è la **spontaneità** con cui si approccia al fare artistico. Non c’è nulla di calcolato o di posticcio nel suo gesto. Il quadro nasce spesso da un impulso emotivo, da un’osservazione del mondo che le attraversa il corpo prima ancora della mente. “Non dipingo il sole che sorge, ma le emozioni che provi quando lo vedi” – questa frase che appare sul suo sito personale è forse la chiave di lettura più sincera della sua ricerca. Non rappresenta il visibile, ma l’invisibile che si muove dentro di noi quando il visibile ci tocca.
Le sue opere, spesso realizzate con **tecnica mista su tela**, oscillano tra astrazione e presenza di materia viva. Strati di colore che si accumulano, si graffiano, si sovrappongono come strati di ricordi o di stati d’animo. C’è una sensibilità tattile fortissima: si sente che il pennello (o la spatola, o le mani) non è solo strumento, ma prolungamento del sistema nervoso. Opere come quelle presentate nella personale **“Prima di tutto”** presso l’Archivio Galleria Lazzaro by Corsi a Milano (maggio 2023) o nel progetto “Specchialità. Fragilità e Bellezza” trasmettono proprio questa urgenza emotiva, questa incapacità di trattenere ciò che si prova.
Chiara non separa mai l’arte dalla vita. È una di quelle persone che, quando parla di un quadro, finisce inevitabilmente a parlare di un incontro, di una passeggiata, di una frase letta in un libro o sentita per caso. La sua formazione filosofica non è un bagaglio da esibire, ma un filtro attraverso cui guarda il mondo con maggiore profondità e, paradossalmente, con maggiore ingenuità. È come se dicesse: “Sì, ho studiato Heidegger, Levinas, il pensiero della cura… ma alla fine quello che conta è se questo colore qui mi fa tremare dentro oppure no”.
E proprio questa **sensibilità** la rende capace di creare ponti autentici, non solo con chi guarda le sue opere, ma anche con chi condivide il suo percorso artistico. Tra le relazioni più significative e consolidate c’è quella con **Adriano Corsi**, fondatore e anima della Galleria Lazzaro by Corsi a Milano, che da anni ospita e sostiene il suo lavoro: dalla personale “Prima di tutto” alle presentazioni di eventi recenti come “N.N. La Genesi” (dicembre 2024), dove Chiara ha curato l’esposizione e Adriano ha introdotto con la sua consueta passione da gallerista che crede nelle persone prima che nei trend. Un legame fatto di fiducia reciproca, di dialogo continuo e di spazi condivisi che permettono all’arte di respirare senza forzature.
Allo stesso modo, Chiara intrattiene un rapporto profondo e di stima con **Carlo Motta**, critico d’arte e figura di riferimento del Catalogo dell’Arte Moderna Cairo Mondadori (CAM), che ha scritto di lei con parole che colgono esattamente il cuore della sua ricerca: un’espressione attraverso i colori che intreccia astrazione informale e una sensibilità quasi post-impressionista, sempre ancorata alla dimensione umana e filosofica. Motta non è solo un estimatore: è diventato presenza ricorrente nei suoi eventi, come ospite d’onore o interlocutore in presentazioni, a testimonianza di un’amicizia artistica che va oltre il professionale e si nutre di confronti sinceri sul senso del fare arte oggi.
Questi legami – con Adriano, con Carlo e con la comunità che ruota intorno alla Galleria Lazzaro e al mondo Cairo Mondadori – non sono solo “contatti”: sono esempi concreti di come Chiara viva l’arte come relazione, come cura reciproca, come spazio in cui la spontaneità di uno trova eco nella sensibilità dell’altro.
I suoi lavori non sono mai autoreferenziali: invitano chi guarda a fermarsi, a riconoscersi, a lasciarsi attraversare. Non c’è giudizio, non c’è superiorità. C’è solo un invito gentile ma fermo: “Senti anche tu questa cosa? Esistimi accanto mentre la sento anch’io”.
C’è una coerenza profonda tra ciò che dipinge e ciò che è: una donna che ama l’arte non come carriera o come status, ma come **forma di presenza** al mondo. Quando è in studio, il tempo rallenta. Quando parla di un’opera appena finita, gli occhi le si illuminano come se stesse raccontando di un amore improvviso.
Chiara Pradella non è (ancora) una di quelle artiste di cui parlano tutti i grandi magazine internazionali. Ma è esattamente questo il bello: la sua ricerca è intima, ostinatamente autentica, lontana dalle logiche del rumore. E proprio per questo, credo, è destinata a lasciare un segno vero, di quelli che si sentono sulla pelle prima che nella testa.
Se passate dal suo sito www.chiarapradella.it o la incontrate su Instagram (@chiarapradellaarte o profili collegati), fermatevi un attimo. Guardate le sue opere senza fretta. Lasciate che vi parlino. Vi accorgerete che, dietro ogni pennellata, c’è una persona che ha deciso di non difendersi dalle emozioni, ma di accoglierle e trasformarle in bellezza condivisa – spesso insieme a chi, come Adriano Corsi e Carlo Motta, ha scelto di camminare al suo fianco in questo percorso.
Grazie Chiara, per ricordarci che l’arte, alla fine, è soprattutto questo: un atto d’amore verso ciò che siamo, fragili e vivi.




