Negli ultimi anni ho sentito l’esigenza di dare un nome preciso a due anime distinte ma complementari che convivono nel mio lavoro pittorico. Da una parte c’è il **Manierismo Contemporaneo** (o Neo-Manierismo, come ho iniziato a chiamarlo in alcuni scritti recenti), con le sue figure allungate e scomposte, le sproporzioni deliberate, gli elementi surreali che irrompono come presagi, le atmosfere sospese tra malinconia e ironia grottesca. È uno stile che guarda al Cinquecento di Pontormo e Parmigianino, ma lo proietta in un presente disorientato, saturo di simboli, contraddizioni e distorsioni della percezione.
Dall’altra parte, però, è nato e si è imposto con forza crescente un filone che sento profondamente mio, più intimo e urgente: lo chiamo **Fragilismo Contemporaneo**.
Non si tratta di una semplice variazione sul tema manierista. È una biforcazione tematica e sentimentale. Mentre il Manierismo Contemporaneo indaga l’adulto smarrito, l’io frammentato, il potere, il rischio, l’alienazione tecnologica e sociale, il Fragilismo Contemporaneo sceglie di posare lo sguardo altrove: sui **bambini**, sulla loro **condizione di estrema vulnerabilità** in un mondo che sembra dimenticarsi di proteggerli.
Nei due dipinti che accompagnano questo articolo (entrambi oli su tela recenti) vedete esattamente questa tensione.
Nel primo, due bambine giacciono su un tappeto di macerie e oggetti abbandonati – libri strappati, forbici, zaini, elefanti di peluche, valigie – in un paesaggio urbano desolato sotto un cielo irreale. Si abbracciano, quasi dormono, come se il sonno fosse l’ultima difesa possibile. Non c’è dramma urlato: c’è invece una quiete apparente, una fragilità che si manifesta proprio nell’assenza di movimento, nella resa al caos circostante.
Nel secondo, tre piccoli corpi sono riversi tra detriti, fumo, fuoco lontano, crani, giocattoli rotti, un AK-47 tenuto in mano da un bambino con gli occhi socchiusi. Un uomo adulto, lontano, osserva immobile con una sfera enorme accanto a sé – forse un mondo, forse un peso insostenibile. Anche qui non c’è azione violenta in primo piano: c’è la stanchezza infinita, lo sguardo spento, la prossimità tra l’infanzia e la morte resa tangibile da pochi, devastanti dettagli.
Questi quadri non sono illustrazioni di guerre specifiche o di cronache del momento. Sono icone di una condizione universale e atemporale: quella in cui l’innocenza viene schiacciata non solo dalla violenza fisica, ma dall’indifferenza, dall’abbandono, dalla perdita di futuro. Il bambino diventa metafora estrema della **fragilità umana contemporanea**.
Perché ho sentito il bisogno di distinguere questo approccio dal Manierismo Contemporaneo?
Perché il manierismo, per sua natura, tende all’artificio, alla stilizzazione, all’eleganza della distorsione. Anche quando è drammatico, mantiene una certa distanza estetica. Il Fragilismo Contemporaneo, invece, rifiuta la freddezza stilistica: cerca la **prossimità emotiva**, il **corpo a corpo con la compassione**. Le figure infantili non sono allungate per capriccio formale; sono sproporzionate solo quanto basta per trasmettere impotenza. I colori sono terrosi, polverosi, feriti dalla luce artificiale o dall’incendio lontano. Gli oggetti – libri, penne, bambole, medicine, armi – non sono meri simboli: sono reliquie di un’infanzia negata.
In questo senso il Fragilismo è più vicino a certi Goya (i Disastri della guerra, i Capricci), a Bacon quando ritrae il dolore nudo, o a certi passaggi di Otto Dix e George Grosz, ma filtrati attraverso una sensibilità del XXI secolo: consapevole dell’iper-immagine, della saturazione mediatica, della anestesia collettiva di fronte alla sofferenza dei più piccoli.
Non voglio che questi quadri vengano letti come denuncia politica contingente. Sono piuttosto **preghiere laiche**, atti di testimonianza pittorica. Dipingendoli cerco di fermare lo sguardo su ciò che la maggior parte di noi preferisce rimuovere: il fatto che la civiltà contemporanea, nonostante tutta la sua tecnologia e la sua retorica umanitaria, continua a produrre scenari in cui i bambini sono i primi a pagare il prezzo più alto.
Il Fragilismo Contemporaneo è quindi il mio modo di dire: guardate. Non distogliete gli occhi. Non anestetizzatevi. Questi corpi piccoli, questi volti stanchi, questi giochi spezzati accanto a crani e proiettili sono la cartina di tornasole della nostra epoca.
E forse, proprio perché così fragili, sono anche la sola cosa che può ancora salvarci: ricordarci cosa significhi essere umani.
Se volete vedere altri lavori di questa serie, li trovate nella sezione **Opere → Manierismo Contemporaneo / Fragilismo Contemporaneo** su questo sito.




