Ci capita tutti i giorni, anche senza accorgercene.
Pronunciamo una tinta e, in una frazione di secondo, il cervello ci restituisce un cognome.
Non diciamo semplicemente “giallo”, diciamo “giallo Van Gogh”.
Non parliamo di “bianco” puro, ma di “bianco Klein” o, per chi è più legato alla materia, di “bianco Fontana”.
Il rosso non è mai solo rosso: può essere Rothko, può essere Burri, può essere persino il rosso Ferrari se usciamo dall’arte contemporanea.
Il colore, nel Novecento e oltre, ha smesso di essere un attributo per diventare un marchio di fabbrica, una firma cromatica tanto potente da sovrastare talvolta l’intera opera dell’artista.Lucio Fontana e il bianco (che bianco non è)Quando pensiamo a Fontana la prima immagine è quasi sempre una tela bianca squarciata.
Quel bianco, però, non è il bianco della innocenza o della tela intonsa: è un bianco carico di gesso, denso, materico, quasi cremoso. È un non-colore che urla la propria presenza proprio nel momento in cui viene violato.
Per decenni intere generazioni di studenti hanno associato il bianco all’idea di taglio, di spazio, di “oltre”.
Provate a dire in una sala d’aste “Fontana bianco”: non serve aggiungere altro, tutti capiscono di quale serie si parla. Il colore è diventato sinonimo dell’artista.Vincent Van Gogh e il giallo che bruciaIl giallo di Van Gogh non è un giallo qualunque.
È un giallo cromo, giallo cadmio, giallo Napoli profondo, spesso steso con impasti così spessi da sembrare burro.
È il giallo dei girasoli, della camera di Arles, della notte stellata che in realtà è blu ma che il giallo domina con la sua energia radioattiva.
Ancora oggi, se un designer vuole comunicare “energia solare che però fa un po’ male agli occhi”, prende il pantone del giallo Van Gogh e lo butta dentro il progetto.
Il giallo è diventato Van Gogh, e Van Gogh è diventato il giallo.Yves Klein e il blu che ha persino un codice brevettatoYves Klein arriva al punto di registrare il suo blu: IKB, International Klein Blue.
Un oltremare sintetico sospeso in resina che sembra assorbire la luce invece di rifletterla.
Dire “blu Klein” è come dire “Coca-Cola”: non è più un colore, è un brand.
Ancora oggi musei e gallerie, quando devono titolare una sala monografica, scrivono semplicemente “Klein” e sotto mettono una parete IKB. Il visitatore entra e sa già tutto.Mark Rothko e il rosso che ti inghiotteRothko è il rosso (e il nero, e il marrone, e il viola) che ti avvolge fino a farti piangere o a farti venire il mal di mare.
Le sue tele non sono quadri, sono ambienti cromatici.
Il rosso Rothko non si guarda: ci si entra dentro. È un rosso che ha peso, temperatura, odore.
Ancora oggi, quando un architetto vuole creare uno spazio “contemplativo”, cita Rothko e usa tonalità che sono variazioni sul suo tema.Piero della Francesca, Tiziano, Caravaggio: anche i “vecchi” avevano il loro colore-firmaNon è un fenomeno solo del Novecento.
Il blu lapislazzulo di Piero della Francesca, il rosso Tiziano (che ha dato persino il nome a una nuance di capelli), il chiaroscuro caravaggesco che è un modo di usare il nero come luce…
Già nel Rinascimento e nel Barocco il colore era identità.L'appunto di Carlo Motta a Roberto CafarottiUn giorno, durante una telefonata organizzativa della mostra Life is a Game, Carlo Motta, Responsabile editoriale Giorgio Mondadori, dopo aver visionato le opere proposte dalla curatrice per il Catalogo notò come i miei colori preferiti fossero il marrone ed il verde. Mi disse "sembrano una tua firma", oltre allo stile ovviamente. E non ci avevo mai fatto caso fino ad allora, ma i cromatismi che mi colpiscono quasi sempre hanno questi due colori con loro varianti. Non è propriamente e sempre natura, ma un intreccio di sfumature che mi emoziona.Conclusione: il colore è la firma più sinceraOggi siamo abituati a pensare all’arte contemporanea come a un’esplosione di colori pop, di rosa shocking, di fluorescenti.
Ma se ci fermiamo un attimo a ascoltare, ogni tinta porta ancora con sé un cognome.
Il colore non è mai neutro: è sempre la voce di qualcuno.
E a volte, come nel caso di quel marrone-verde italiano che Carlo Motta mi fece scoprire, è la voce di un intero Paese che cerca di rialzarsi.La prossima volta che direte “giallo”, “bianco” o “rosso”, provate a chiedere al vostro cervello:
di chi è questo colore?
La risposta arriverà immediata.
Perché nell’arte, più che in qualsiasi altro campo, i colori hanno un nome e un cognome.E molto spesso, quel cognome è più famoso del nome.
Pronunciamo una tinta e, in una frazione di secondo, il cervello ci restituisce un cognome.
Non diciamo semplicemente “giallo”, diciamo “giallo Van Gogh”.
Non parliamo di “bianco” puro, ma di “bianco Klein” o, per chi è più legato alla materia, di “bianco Fontana”.
Il rosso non è mai solo rosso: può essere Rothko, può essere Burri, può essere persino il rosso Ferrari se usciamo dall’arte contemporanea.
Il colore, nel Novecento e oltre, ha smesso di essere un attributo per diventare un marchio di fabbrica, una firma cromatica tanto potente da sovrastare talvolta l’intera opera dell’artista.Lucio Fontana e il bianco (che bianco non è)Quando pensiamo a Fontana la prima immagine è quasi sempre una tela bianca squarciata.
Quel bianco, però, non è il bianco della innocenza o della tela intonsa: è un bianco carico di gesso, denso, materico, quasi cremoso. È un non-colore che urla la propria presenza proprio nel momento in cui viene violato.
Per decenni intere generazioni di studenti hanno associato il bianco all’idea di taglio, di spazio, di “oltre”.
Provate a dire in una sala d’aste “Fontana bianco”: non serve aggiungere altro, tutti capiscono di quale serie si parla. Il colore è diventato sinonimo dell’artista.Vincent Van Gogh e il giallo che bruciaIl giallo di Van Gogh non è un giallo qualunque.
È un giallo cromo, giallo cadmio, giallo Napoli profondo, spesso steso con impasti così spessi da sembrare burro.
È il giallo dei girasoli, della camera di Arles, della notte stellata che in realtà è blu ma che il giallo domina con la sua energia radioattiva.
Ancora oggi, se un designer vuole comunicare “energia solare che però fa un po’ male agli occhi”, prende il pantone del giallo Van Gogh e lo butta dentro il progetto.
Il giallo è diventato Van Gogh, e Van Gogh è diventato il giallo.Yves Klein e il blu che ha persino un codice brevettatoYves Klein arriva al punto di registrare il suo blu: IKB, International Klein Blue.
Un oltremare sintetico sospeso in resina che sembra assorbire la luce invece di rifletterla.
Dire “blu Klein” è come dire “Coca-Cola”: non è più un colore, è un brand.
Ancora oggi musei e gallerie, quando devono titolare una sala monografica, scrivono semplicemente “Klein” e sotto mettono una parete IKB. Il visitatore entra e sa già tutto.Mark Rothko e il rosso che ti inghiotteRothko è il rosso (e il nero, e il marrone, e il viola) che ti avvolge fino a farti piangere o a farti venire il mal di mare.
Le sue tele non sono quadri, sono ambienti cromatici.
Il rosso Rothko non si guarda: ci si entra dentro. È un rosso che ha peso, temperatura, odore.
Ancora oggi, quando un architetto vuole creare uno spazio “contemplativo”, cita Rothko e usa tonalità che sono variazioni sul suo tema.Piero della Francesca, Tiziano, Caravaggio: anche i “vecchi” avevano il loro colore-firmaNon è un fenomeno solo del Novecento.
Il blu lapislazzulo di Piero della Francesca, il rosso Tiziano (che ha dato persino il nome a una nuance di capelli), il chiaroscuro caravaggesco che è un modo di usare il nero come luce…
Già nel Rinascimento e nel Barocco il colore era identità.L'appunto di Carlo Motta a Roberto CafarottiUn giorno, durante una telefonata organizzativa della mostra Life is a Game, Carlo Motta, Responsabile editoriale Giorgio Mondadori, dopo aver visionato le opere proposte dalla curatrice per il Catalogo notò come i miei colori preferiti fossero il marrone ed il verde. Mi disse "sembrano una tua firma", oltre allo stile ovviamente. E non ci avevo mai fatto caso fino ad allora, ma i cromatismi che mi colpiscono quasi sempre hanno questi due colori con loro varianti. Non è propriamente e sempre natura, ma un intreccio di sfumature che mi emoziona.Conclusione: il colore è la firma più sinceraOggi siamo abituati a pensare all’arte contemporanea come a un’esplosione di colori pop, di rosa shocking, di fluorescenti.
Ma se ci fermiamo un attimo a ascoltare, ogni tinta porta ancora con sé un cognome.
Il colore non è mai neutro: è sempre la voce di qualcuno.
E a volte, come nel caso di quel marrone-verde italiano che Carlo Motta mi fece scoprire, è la voce di un intero Paese che cerca di rialzarsi.La prossima volta che direte “giallo”, “bianco” o “rosso”, provate a chiedere al vostro cervello:
di chi è questo colore?
La risposta arriverà immediata.
Perché nell’arte, più che in qualsiasi altro campo, i colori hanno un nome e un cognome.E molto spesso, quel cognome è più famoso del nome.




